La paura del diverso si basa su un errore cognitivo

Il razzismo è dovuto a diversi fattori, uno di questi riguarda il modo di pensare

La paura del diverso si basa su un errore cognitivo
Pagina creata: 10 Giugno 2020

Il mondo occidentale post Fase2 si è scontrato con le conseguenze del razzismo: la morte di George Floydd, a Minneapolis, il 25 maggio scorso. Questo evento ha prodotto un’eco negli Stati Uniti e poi a livello internazionale, con manifestazioni in tutto il mondo del movimento Black Lives Matter contro il razzismo sistematico.

 

La morte di George Floyd


Difficile trovare un senso al gesto del poliziotto, Derek Chauvin, che ha soffocato George Floyd con una manovra per tenerlo fermo, come se bloccandolo in quella posizione Chauvin ponesse fine ad una pericolosa minaccia. Peccato che come hanno testimoniato  i presenti, Floyd si era mostrato collaborativo e non aveva resistito al suo arresto. 


Un modo per  leggere un gesto così terribile è che quel poliziotto non abbia agito allertato dal comportamento di Floyd, ma mosso dalle sue convinzioni razziste. Visto come sono andate le cose, la convinzione poteva essere che le persone di pelle nera siano intrinsecamente pericolose, a prescindere da quello che stiano facendo.


L'errore ultimo di attribuzione


Questi pensieri stereotipati, relativi ad un’appartenenza etnica diversa dalla propria, si basano su schemi di pensiero errati. Uno di questi meccanismi era già stato identificato dallo psicologo sociale Thomas Pettigrew nel 1979: l’errore ultimo di attribuzione. Pettigrew si riferiva al tipo di convinzioni che i membri di un gruppo tendono ad avere nei confronti di persone apparenti a un gruppo diverso dal loro.


Le scene di aggressione e chiusura contro “l’altro”, non sono sconosciute nemmeno nel nostro Paese. Anche se, in Italia, il tema non riguarda uno specifico gruppo etnico, quanto “lo straniero”.
Senza andare lontano nel tempo, prima del lockdown, avevamo assistito ad azioni ingiustificabili contro persone provenienti dalla Cina, accusate di aver portato il virus nel nostro Paese. 


Il bisogno di fare gruppo



Gli esseri umani sono “animali sociali” e questo implica fare gruppo. Questo bisogno innato nasce da un vantaggio evolutivo fondamentale che ci ha permesso di primeggiare sugli altri predatori: non eravamo i più forti, ma eravamo in tanti ed eravamo uniti. 
Qualsiasi gruppo si definisce per differenze, ad esempio geografiche, politiche, religiose. Una dinamica fondamentale osservata da Pettigrew che regola i gruppi è percepire quello di appartenenza come intrinsecamente positivo, in confronto agi altri, considerati per opposizione come peggiori e negativi.



Nell'ottica razzista, il comportamento positivo di membri di gruppi etnici diversi dal proprio, non è la regola, semmai l’eccezione. Nel razzismo, quindi, tutti quelli che non fanno parte della propria comunità etnica, sono percepiti come potenziali minacce per il resto del gruppo. 


La paura del diverso e come affrontarla


A livello cognitivo, il nostro funzionamento va sistematicamente incontro ad errori automatici di pensiero. Sono delle scorciatoie mentali utili, perché ci permettono di essere veloci nelle decisioni. Non sono sempre accurate da un punto di vista logico, però. La paura dell’altro è spiegata perchè ciò che percepiamo diverso, attiva il bisogno di protezione. Al razzista non interessa essere corretto da un punto di vista statistico, razionale o etico. “Il virus viene dalla Cina? Tutti gli orientali sono potenzialmente contagiosi”. 


Questo tipo di stereotipi non sono solo sbagliati, sono pericolosi perché quando entrando in una modalità auto-conservativa, la ragione lascia il posto all’istinto di protezione. Più è intensa la paura, più siamo chiamati ad intervenire, non stupisce che possa sfociare in aggressione. Il pensiero illogico sfocia nel comportamento irrazionale. Attacchiamo quando crediamo di doverci difendere, non solo di fronte a un effettiva minaccia.


Scardinare il razzismo non è semplice.  Non dipende solo dall’antropologia o dalla psicologia, ma anche da derive politiche, sociali e culturali che condizionano il nostro modo di pensare. Un mondo più inclusivo e più giusto socialmente è possibile. Comincia con il dialogo, la condivisione e il confronto. Inizia, scardinando i nostri pregiudizi e gli stereotipi.   

 

FONTE ORIGINALE: “The “Ultimate Attribution Error”: Chauvin Killing Floyd
- Dr.ssa Giuseppina Di Carlo
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