Essere solitari: scelta o incapacità?

È normale sentirsi soli? È grave amare la solitudine? C'è relazione fra scarsa stima di sé o una depressione?

Essere solitari: scelta o incapacità?
Pagina creata: 24 Febbraio 2017

Il termine solitudine produce sempre associazioni negative. Chi è da solo ad un concerto, al ristorante, nella vita, viene ancora visto come una persona triste, strana o scarsamente integrata, una condizione in cui nessuno si vorrebbe trovare insomma, perché: “cosa c’è di peggio che essere soli?”. 

 

Si tratta ovviamente di pregiudizi. Nel 2017 trovarsi da soli può essere bellissimo che sia ad un concerto, al ristorante o nella vita. Permette di godere della propria compagnia e dell’esperienza senza distrazioni o compromessi e può permettere di aprirsi al nuovo, osservando ed esplorando l’ambiente alla ricerca di nuovi stimoli. Essere soli non coincide con il sentirsi soli: la prima condizione è una nostra scelta, la seconda un vissuto emotivo non sempre collegato al numero di persone che abbiamo intorno. 

 

Visto che avere delle relazioni affidabili è una parte importante dell’esperienza umana, l’isolamento ha certamente anche molti lati negativi; non si possono condividere le impressioni sul film che si è visto al cinema, non ci si può dividere una porzione di patatine quando si ordina la pizza (sempre che questo sia percepito come una cosa negativa!) e stando agli ultimi studi peggiora la capacità di capire l’interesse da parte dl partner, qualora si abbia una relazione.

 

La letteratura scientifica ha prodotto molti studi che dimostrano perché non è vantaggioso isolarsi dagli altri: minori livelli di felicità, una salute peggiore e un più alto rischio di mortalità. Uno studio recente ha aggiunto un altro aspetto: più siamo solitari, meno siamo efficienti nel relazionarci. 

 

Yamaguchi e colleghi (2017), ricercatori presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Kobe in Giappone, hanno condotto una serie di studi con l’intento di esplorare come l’isolamento nelle persone determini la capacità di interpretare adeguatamente i segnali di impegno o di scarso interesse, da parte di un partner. 

 

Cosa si intende per “segnali di impegno”? I segnali di impegno sono i comportamenti che vengono messi in atto per mantenere il legame: condividere le proprie esperienze, fare un complimento, mandare un regalo, ad esempio. Sono tutte quelle attenzioni, piccole e grandi che servono per comunicare all’altro quanto sia importante per noi. 

 

Una delle ipotesi di partenza degli studi è stata che le persone più solitarie siano anche più attente ai segnali di impegno da parte degli altri nei loro confronti, come un modo per compensare il bisogno di legami. In realtà ciò che è emerso è l’opposto ovvero che le persone più isolate socialmente si comportano in modo tale che è difficile connettersi con loro. Per chi ha visto Clerks, il film di Kevin Smith del 1994, l’incapacità di Dante di apprezzare i gesti d’amore della fidanzata Veronica (chiedere il trasferimento per stargli vicino, preparargli il pranzo e portarglielo al lavoro, etc) ne è un buon esempio. 

 

Un altro aspetto che è stato valutato è che la solitudine possa portare le persone a considerare più negativamente la mancanza di segnali di impegno. In questo scenario un solitario considererebbe più grave non ricevere gli auguri da un amico, rispetto a una persona socievole.

 

Negli esperimenti venivano mostrate ai soggetti delle vignette a partire dalle quali dovevano immaginare degli scenari, in cui il partner dimostrava attenzioni piccole, grandi o nessuna attenzione. Successivamente veniva chiesto loro quanto le attenzioni ricevute, nelle situazioni immaginate, avrebbero potuto condizionare il rapporto con quella persona.

 

I risultati hanno dimostrato che i soggetti che tendevano maggiormente ad isolarsi nella quotidianità erano anche quelli meno in grado di distinguere se il comportamento di una persona comunicava interesse. Dagli esperimenti, però, è emerso anche che essere solitari, d’altro canto, non impedirebbe di percepire quando l’interesse nell’altro è del tutto assente. 

 

Pensateci la prossima volta che le vostre attenzioni nei confronti di una persona cadranno nel vuoto: magari non dipende dal fatto che non è interessato a voi, magari è semplicemente un solitario!

 

Questi risultati, comunque, offrono solo uno spunto di riflessione e non sono definitivi. Inoltre potrebbero essere interpretati in diversi modi. Se teniamo conto di altre variabili che possono condizionare la relazione, ad esempio, la bassa autostima o un disturbo depressivo, i segnali positivi potrebbero non venire presi in considerazione semplicemente perché in contrasto con l’immagine negativa che si ha di sé o degli altri.
La scarsa stima di sé o una depressione potrebbe anche spiegare perché invece la solitudine non influenza la comprensione di quei comportamenti che denotano la mancanza di interesse da parte del partner: chi non si sente al livello degli altri si aspetta di venire trattato con disinteresse.

 

FONTE:

http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0191886916310005

 

- Dr.ssa Giuseppina Di Carlo
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