Kobe Bryant: quando il dolore per la morte di una persona famosa ci colpisce

Perché la morte di un vip ci sconvolge così tanto?

Kobe Bryant: quando il dolore per la morte di una persona famosa ci colpisce
Pagina creata: 29 Gennaio 2020

Perché la morte di una persona famosa ci tocca da vicino? Quando muore un vip che sia per noi un idolo o meno, ci dispiace sempre un po’ di più, rispetto alla morte di uno sconosciuto o di un conoscente. Vediamo di capire perché.
 

Kobe Bryant è scomparso improvvisamente lo scorso 26 gennaio in un incidente d’elicottero che ha causato anche la morte di una delle figlie e di altre sette persone che li accompagnavano.

Immediatamente, sui social network si è diffusa la notizia e con essa i tantissimi messaggi di dolore di persone che non lo conoscevano. Nel nostro Paese era conosciuto, oltre alla fama internazionale, anche perchè aveva giocato molti anni in Italia ed era una nazione che Kobe Bryant amava e a cui si sentiva vicino.


La veglia social: ciò che accade sui social network quando a morire è un vip?

Il meccanismo è ormai noto; quando muore una persona famosa, la prima reazione di tanti è andare sul web e condividere un pensiero, un ricordo, un momento legato a quella persona, facendola sentire come se la conoscessimo. 

La veglia funebre è un rituale che da sempre accompagna la storia dell'uomo. Chi non c'è più viene salutato un'ultima volta dalla comunità che lo conosceva che si stringe insieme per ricordarlo e per piangerlo.

L'ultimo saluto permette l'avvio della metabolizzazione della perdita e del vissuto che genera. Non stupisce che grazie ad internet questa pratica sia diventata anche digitale.

Scrivere un tweet in memoria, condividere una foto della persona famosa scomparsa, permette di presenziare a una sorta di cerimonia funebre, via web. 

I detrattori di questa pratica affermano, però, che i messaggi di cordoglio sui social network siano frutto dell’ipocrisia e dell’opportunismo. A questo proposito, Zerocalcare aveva pure dedicato delle vignette molto divertenti



Il significato che assume la morte di una celebrità

La morte è un evento che destabilizza, ma non tutte le morti sono uguali. La maggior parte delle persone non sta male se sente che dall’altra parte del mondo una catastrofe naturale ha messo fine alla vita di diverse persone.

Non è una questione di cinismo o indifferenza, ma è un meccanismo protettivo. Se dovessimo sentire con la stessa intensità il dolore della morte di una persona conosciuta, rispetto a chi non lo era, non riusciremmo più a fare nulla. Saremmo annichiliti dalla sofferenza. 

Non tutte le persone “sconosciute” sono sconosciute allo stesso modo però. Siamo abituati a pensare che chi è famoso e ha raggiunto tutto, ha tutto, "non può andarsene così"! Sta lì nell’Olimpo degli intoccabili baciati da talento, fortuna e fama e chi vive nell’Olimpo è un dio e dovrebbe vivere in eterno.

Quando muore un vip, ci possiamo sentire coinvolti per tante ragioni. Perché scopriamo che l’Olimpo non esiste e che nulla ci protegge, di fronte alla morte siamo tutti uguali (inermi). A questa “scoperta” si associa la consapevolezza che quella persona conosciuta, anche solo attraverso lo schermo, gli auricolari o le pagine di un libro, faceva parte del nostro mondo e ora non più. 

Il lutto è l'accettazione di una verità fondamentale

Il lutto ovvero il dolore e l’atteggiamento conseguente alla perdita di una persona, importante per noi, non è un processo unico e non esiste una reazione “normale”. 

La morte ci colpisce perché ci ricorda qualcosa che non possiamo tenere a mente sempre, pena la non vita, ovvero che anche noi in questo istante esistiamo, quello dopo chissà. Dobbiamo prenderci del tempo per "digerire" l'evento e restituirgli un senso, grazie al quale possiamo continuare la nostra esistenza.

Può esserci un dolore reale, se lo sportivo, l’attore, lo scrittore quando era in vita, con la sua opera, ha accompagnato in qualche modo la nostra, di vita, come un genitore, un amico o un mentore. Magari ci ha ispirato, magari è servito a consolarci quando eravamo giù, magari ci ha fatto pensare che quello che lui diceva o chi impersonava era "proprio come noi" e questo ci faceva sentire capiti e meno soli. 

Dolersene pubblicamente, ricordarlo, raccontarlo agli altri proprio come se si partecipasse ad una veglia funebre, alla luce di quanto detto, non appare più come una bizzarria dei nostri tempi. Diventa un rito che ci è necessario soprattutto perché abbiamo difficoltà a venire a patti con il fatto che non importa quanto in alto si possa arrivare e quanto il mondo possa amarci: non esiste nessun Olimpo. 

- Dr.ssa Giuseppina Di Carlo
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